Ad un anno circa di distanza dalla pubblicazione del loro primo ep e a pochi mesi dall’uscita del videoclip (prodotto da Shibuya in collaborazione con O2S), chiudiamo il cerchio della prima fase degli Everybody Tesla con questo piccolo regalo, sperando di fare cosa gradita: un ep in free download con sette remix di Bee Twin Mountain, realizzati da alcuni dei migliori producer sardi in circolazione. Un modo non solo per chiudere il cerchio – visto che ora i Tesla sono al lavoro su cose nuove molto interessanti – ma anche una occasione per interrompere il digiuno in vista dell’uscita del loro primo full lenght, in programma in primavera.
I remix. Si parte con una versione insolita di Bee Twin Mountain in versione chitarra voce e sample con la coppia Neeva e Nick Rivera che poi lascia spazio alle sonorità acide di Smirney, alla dubstep dopata di Maurs, al dub scurissimo di Arrogalla, per finire con due remix electro dei Signorafranca e il pezzo di Arpxp che gioca prima coi ritmi della drum’n’bass per poi ridurre i bpm in chiave dubstep.
L’ep è in free download qui sotto.
martedì 14 febbraio 2012
giovedì 2 febbraio 2012
La “resistenza”, il mestiere del giornalista e la chiusura di Sardegna 24
Qualche giorno prima di firmare il mio primo contratto giornalistico vero, il praticantato, ho incontrato una giornalista a cui devo molto. È stata lei a farmi iniziare a scrivere, poco più di sette anni fa, quando ero un ventiduenne timido e presuntuoso che sapeva di voler fare il giornalista nella vita ma che non aveva ancora capito neanche da che parte cominciare. La giornalista è passata in redazione e mi ha chiesto come stessero andando le cose al giornale. Le ho spiegato che ero lì ormai da un po’, che stavo lavorando molto senza vedere praticamente un soldo e che da qualche mese aspettavo di firmare il contratto. Che forse, finalmente, stava per arrivare. Dopo sette anni vissuti da collaboratore pagato a pezzo. “Andrè”, mi disse, “va bene il talento, va bene saper scrivere, ma quello del giornalista è soprattutto un lavoro di resistenza”. Non ricordo se ha detto proprio queste parole precise, ma il concetto è quello. La resistenza, insomma.
Poi il contratto, beh, è arrivato. E poi, beh, il giornale ha chiuso. Che detto così fa anche un po’ ridere: il commento che farei pure io leggendo una cosa del genere è una cosa tipo “e pitticca sa sfiga!”.
Mai come negli ultimi mesi ho pensato a questa cosa della resistenza. Al fatto che per fare il giornalista oggi occorre avere una determinazione così forte che quella determinazione rischia di non essere molto diversa da una specie di fissazione. Che ti spinge in alcuni casi anche ad accettare di lavorare in condizioni, diciamo, non ideali. A volte senza essere pagato, a volte accumulando crediti che non sai se verranno mai liquidati, altre volte in condizioni così precarie, sul piano psicologico prima ancora che lavorativo e contrattuale, che ogni giorno c’è una novità che mette in discussione o addirittura ribalta la novità del giorno prima e ti trovi talmente scombussolato che non sei in grado di capirci più nulla (true story). E cosa fai, in questi casi? O ti rompi i coglioni, che è assolutamente legittimo, e pensi ma chi me lo fa fare, pensi che ci sono centinaia di altri lavori al mondo che peraltro godono di meno discredito di quello del giornalista, pensi anche che ora basta, oppure, appunto, resisti. Perché, ti dici, ne vale assolutamente la pena.
Da poco ho ritrovato uno scambio via mail di qualche anno fa con un giornalista più anziano. Mi scrisse una cosa che ci sta abbastanza bene in questo discorso: “Per l'età che hai hai già fatto molta strada e devi essere orgoglioso e soddisfatto di quello che finora hai fatto. Ma questo è un mestiere strano, quasi mai si raccoglie subito quello che si semina, anzi. Ci vuole molta pazienza e umiltà. E umiltà vuol dire anche imparare accettare ingiustizie di tutti i tipi, perfino quella massima: lavorare gratis e non sapere perché (anzi no: quella massima è lavorare per gruppi editoriali che fanno milioni di euro di utili ma poi sfruttano i precari, non li assumono e li pagano una miseria). Questo dovrai imparare a capirlo in fretta altrimenti rischierai di soffrire moltissimo per via di un lavoro che invece dà molta felicità”. Pazienza, umiltà, accettare ingiustizie. E – aggiungo io - resistenza. (“Per l’età che hai”, tra parentesi, è un’espressione che più di ogni altra dà l’idea dello spirito del tempo). Ma il giornalismo è un mestiere che dà molta felicità, diceva il collega più anziano. E io sono totalmente d’accordo. Se non lo fossi dovrei pensare di essere un po’ masochista. Anche se “a volte l’uomo ama la sofferenza addirittura fino alla passione”: ma lo diceva Dostoevskij, mica io.
Ci sono delle frasi che suonano terribilmente ipocrite anche quando magari sono dette con sincerità. Cose tipo “quando un giornale chiude siamo tutti più poveri”, “un danno per il pluralismo dell’informazione”, roba così. Suonano come le frasi fatte che si usano quando si parla di un morto. Era una così brava persona…
Leggo frasi del genere ormai ogni giorno dalla fine della settimana scorsa. Sardegna 24, come sapete, ha chiuso domenica. La società è in liquidazione e ora, in questi giorni, si inizia a ragionare sul modo di riprendere le pubblicazioni in tempi brevi cercando di combinare un giornale di carta con un sito benfatto. S24 era nato appena sette mesi fa attraverso “uno start-up caotico” (lo scrive il direttore Giovanni Maria Bellu nel suo penultimo editoriale). Il giornale ha visto la società dileguarsi quasi subito, lasciando direttore e giornalisti - e in generale coloro che hanno lavorato a S24 - a portare avanti un prodotto editoriale praticamente da soli con le proprie forze. Ad un certo punto il direttore ha deciso di farsi carico della società investendo risorse personali e familiari per rilevare la maggioranza delle quote del giornale e provare, in questo modo, a rilanciarlo. L’accordo si basava su un quadro dei conti che era stato prospettato dalla società e che in un secondo momento si è rivelato erroneo. Da cui, il venir meno dell’accordo e la decisione di liquidare la società. Mi sembra giusto ribadire questi punti essenziali dal momento che il sito di S24, dove si potevano leggere queste informazioni, è stato disattivato due giorni fa. Ora si pensa a come ripartire. Per non disperdere il capitale umano e professionale di S24, il lavoro di una redazione, di una squadra di grafici, tecnici e fotografi. “In sette mesi”, ha scritto il direttore nell’ultimo editoriale, “è nato un gruppo di giornalisti che ha fatto cose notevoli. Siamo orgogliosissimi. Certi che non ci fregherà nessuno. Nessun altro, diciamo”.
Ora si apre una fase incerta, eppure – smaltita, almeno un po’, la botta della chiusura – la si può affrontare con un entusiasmo nuovo. Paradossalmente. Ci può essere una impresa tutta da costruire e da portare nel mare aperto. Sono cose che assumono il senso di una sfida difficile e avvincente. La resistenza non è solo stringere i denti e serrare le chiappe. La resistenza non è solo personale, ma collettiva. È, in generale e nel caso concreto, provare a immaginarsi soluzioni nuove in un mercato giornalistico che soffre una crisi devastante in tutto il mondo, in un momento di passaggio in cui la professione fa i conti con forme e modalità e strumenti diversi e deve necessariamente reinventarsi. È una fase pionieristica che merita di essere vissuta fino in fondo. Ed è anche quando penso a cose del genere - e mi dico che sarei ancora in tempo per fare altro nella vita – che mi rendo conto di quanto sia entusiasmante, in fondo, fare il giornalista. Proprio oggi. Nonostante tutto.
Questi mesi sono stati davvero fondamentali per un mucchio di cose, molte delle quali positive, addirittura belle. Nonostante l'epilogo (della prima fase). Se potessi tornare indietro farei esattamente le stesse cose. Tornerei in piazza del Carmine, il primo luglio del 2011, con lo stesso entusiasmo un po’ incosciente di quei giorni deliranti, a preparare i numeri zero di una radio che non è mai nata.
(La foto è di Gavino Ricci, presa dalla pagina Facebook di Giovanni Maria Bellu)
Poi il contratto, beh, è arrivato. E poi, beh, il giornale ha chiuso. Che detto così fa anche un po’ ridere: il commento che farei pure io leggendo una cosa del genere è una cosa tipo “e pitticca sa sfiga!”.
Mai come negli ultimi mesi ho pensato a questa cosa della resistenza. Al fatto che per fare il giornalista oggi occorre avere una determinazione così forte che quella determinazione rischia di non essere molto diversa da una specie di fissazione. Che ti spinge in alcuni casi anche ad accettare di lavorare in condizioni, diciamo, non ideali. A volte senza essere pagato, a volte accumulando crediti che non sai se verranno mai liquidati, altre volte in condizioni così precarie, sul piano psicologico prima ancora che lavorativo e contrattuale, che ogni giorno c’è una novità che mette in discussione o addirittura ribalta la novità del giorno prima e ti trovi talmente scombussolato che non sei in grado di capirci più nulla (true story). E cosa fai, in questi casi? O ti rompi i coglioni, che è assolutamente legittimo, e pensi ma chi me lo fa fare, pensi che ci sono centinaia di altri lavori al mondo che peraltro godono di meno discredito di quello del giornalista, pensi anche che ora basta, oppure, appunto, resisti. Perché, ti dici, ne vale assolutamente la pena.
Da poco ho ritrovato uno scambio via mail di qualche anno fa con un giornalista più anziano. Mi scrisse una cosa che ci sta abbastanza bene in questo discorso: “Per l'età che hai hai già fatto molta strada e devi essere orgoglioso e soddisfatto di quello che finora hai fatto. Ma questo è un mestiere strano, quasi mai si raccoglie subito quello che si semina, anzi. Ci vuole molta pazienza e umiltà. E umiltà vuol dire anche imparare accettare ingiustizie di tutti i tipi, perfino quella massima: lavorare gratis e non sapere perché (anzi no: quella massima è lavorare per gruppi editoriali che fanno milioni di euro di utili ma poi sfruttano i precari, non li assumono e li pagano una miseria). Questo dovrai imparare a capirlo in fretta altrimenti rischierai di soffrire moltissimo per via di un lavoro che invece dà molta felicità”. Pazienza, umiltà, accettare ingiustizie. E – aggiungo io - resistenza. (“Per l’età che hai”, tra parentesi, è un’espressione che più di ogni altra dà l’idea dello spirito del tempo). Ma il giornalismo è un mestiere che dà molta felicità, diceva il collega più anziano. E io sono totalmente d’accordo. Se non lo fossi dovrei pensare di essere un po’ masochista. Anche se “a volte l’uomo ama la sofferenza addirittura fino alla passione”: ma lo diceva Dostoevskij, mica io.
Ci sono delle frasi che suonano terribilmente ipocrite anche quando magari sono dette con sincerità. Cose tipo “quando un giornale chiude siamo tutti più poveri”, “un danno per il pluralismo dell’informazione”, roba così. Suonano come le frasi fatte che si usano quando si parla di un morto. Era una così brava persona…
Leggo frasi del genere ormai ogni giorno dalla fine della settimana scorsa. Sardegna 24, come sapete, ha chiuso domenica. La società è in liquidazione e ora, in questi giorni, si inizia a ragionare sul modo di riprendere le pubblicazioni in tempi brevi cercando di combinare un giornale di carta con un sito benfatto. S24 era nato appena sette mesi fa attraverso “uno start-up caotico” (lo scrive il direttore Giovanni Maria Bellu nel suo penultimo editoriale). Il giornale ha visto la società dileguarsi quasi subito, lasciando direttore e giornalisti - e in generale coloro che hanno lavorato a S24 - a portare avanti un prodotto editoriale praticamente da soli con le proprie forze. Ad un certo punto il direttore ha deciso di farsi carico della società investendo risorse personali e familiari per rilevare la maggioranza delle quote del giornale e provare, in questo modo, a rilanciarlo. L’accordo si basava su un quadro dei conti che era stato prospettato dalla società e che in un secondo momento si è rivelato erroneo. Da cui, il venir meno dell’accordo e la decisione di liquidare la società. Mi sembra giusto ribadire questi punti essenziali dal momento che il sito di S24, dove si potevano leggere queste informazioni, è stato disattivato due giorni fa. Ora si pensa a come ripartire. Per non disperdere il capitale umano e professionale di S24, il lavoro di una redazione, di una squadra di grafici, tecnici e fotografi. “In sette mesi”, ha scritto il direttore nell’ultimo editoriale, “è nato un gruppo di giornalisti che ha fatto cose notevoli. Siamo orgogliosissimi. Certi che non ci fregherà nessuno. Nessun altro, diciamo”.
Ora si apre una fase incerta, eppure – smaltita, almeno un po’, la botta della chiusura – la si può affrontare con un entusiasmo nuovo. Paradossalmente. Ci può essere una impresa tutta da costruire e da portare nel mare aperto. Sono cose che assumono il senso di una sfida difficile e avvincente. La resistenza non è solo stringere i denti e serrare le chiappe. La resistenza non è solo personale, ma collettiva. È, in generale e nel caso concreto, provare a immaginarsi soluzioni nuove in un mercato giornalistico che soffre una crisi devastante in tutto il mondo, in un momento di passaggio in cui la professione fa i conti con forme e modalità e strumenti diversi e deve necessariamente reinventarsi. È una fase pionieristica che merita di essere vissuta fino in fondo. Ed è anche quando penso a cose del genere - e mi dico che sarei ancora in tempo per fare altro nella vita – che mi rendo conto di quanto sia entusiasmante, in fondo, fare il giornalista. Proprio oggi. Nonostante tutto.
Questi mesi sono stati davvero fondamentali per un mucchio di cose, molte delle quali positive, addirittura belle. Nonostante l'epilogo (della prima fase). Se potessi tornare indietro farei esattamente le stesse cose. Tornerei in piazza del Carmine, il primo luglio del 2011, con lo stesso entusiasmo un po’ incosciente di quei giorni deliranti, a preparare i numeri zero di una radio che non è mai nata.
(La foto è di Gavino Ricci, presa dalla pagina Facebook di Giovanni Maria Bellu)
sabato 28 gennaio 2012
Alessandro Aresu, Generazione Bim Bum Bam (Mondadori)
Domanda precisa n. 1: Che cos'è questo libro? Risposta precisa n. 1: È un gioco serio”. È quasi inevitabile chiedersi se Alessandro Aresu faccia sul serio oppure no e se sia davvero convinto che la generazione dei ventenni/trentenni di oggi sia – detto in estrema sintesi – in qualche modo figlia dell'incontro tra Alessandra Valeri Manera e Cristina D'Avena. Ovvero, la coppia da cui nacquero le più celebri sigle dei cartoni animati degli anni ottanta, tipo Lady Oscar, Hello Spank, C'era una volta Pollon, Occhi di gatto, Kiss me Licia, e così via. Generazione Bim Bum Bam, la chiama nel titolo del suo nuovo libro uscito in questi giorni per Strade Blu Mondadori (216 pagine, 17 euro). Ma è lui stesso a dichiararlo quasi fin da subito: “quando si affrontano questi temi, una certa ambiguità è inevitabile”. L'ambiguità che deriva dal prendere sul serio, anzi, dannatamente sul serio, un programma televisivo come Bim Bum Bam, “mito fondativo” di un'intera generazione e punto di partenza di Aresu per provare a definirne fisionomia e caratteri e soprattutto la sua collocazione nella storia nazionale recente. La premessa, poi, è ancora più seria. Stiamo parlando di una generazione che ancora non è riuscita a ottenere gli spazi che gli spetterebbero nella (ri)costruzione del Paese, dimenticata in un limbo in cui si è ancora troppo giovani (ma chissà poi perché) per essere considerati seriamente. In cui ancora, a 30 anni, si viene chiamati “ragazzi”. “Molti dei nostri problemi derivano dal mancato riconoscimento dell’importanza della Generazione Bim Bum Bam”, scrive Aresu. “Immersi in questa sottovalutazione, dimentichiamo i sogni e, messi davanti alla realtà, non sappiamo che fare. Ci limitiamo a frignare come bambini, anche se siamo adulti che fingono di essere giovani, e i bambini sono molto più saggi”. Epperò non è solo un problema di riconoscimento. È anche la difficoltà di riuscire a pronunciare il pronome “noi”, di riconoscersi in quanto generazione, raccontarsi come tale e dialogare con le generazioni che sono venute prima. Ovvero, quell'“appuntamento misterioso tra le generazioni” di cui parla Walter Benjamin, quel bellissimo “allora noi siamo stati attesi sulla terra” che Aresu usa per affermare che chi è incapace di dire “noi” non può ottenere nessuna redenzione, con una vita che non varrebbe, in fondo, di essere vissuta. Il libro del filosofo cagliaritano (classe ‘83) parte da qui. Si serve delle armi della satira e del paradosso, di un bagaglio culturale eclettico che frulla insieme miti pop e Benjamin, Salvatore Satta e Kojeve, per arrivare al cuore di quello che gli interessa veramente: la politica. In particolare, il suo discorso è una sorta di frustata contro “la pedagogia collettiva della paranoia” secondo cui in Italia tutto è una merda, non è possibile ricominciare e quindi si continua a piangersi addosso, ritenendo che i vizi italiani siano incorreggibili, che non ci sia nessuna possibilità di cambiare. Quasi come si dicesse ai giovani: “voi meritate un altro paese. Costruitelo da un’altra parte. Più democratico, più serio, e soprattutto più civile. L’Italia sarà sempre una nave in tempesta. L’unica strada è acchiappare un salvagente e buttarsi in mare, nuotando verso altri lidi, là dove tutto è ordine, calma e civiltà”. A questa impostazione - e contro quelli che, diciamo, possono esserne considerati i cattivi maestri - Aresu ne contrappone un’altra. La individua nel potere dell’associazione, nell’idea che il potere, “nella sua forma più nobile e nell’unica forma in grado di durare, sia collettiva”. Insomma, nella speranza che arrivi qualcuno che ogni tanto sia in grado di dire: «beh, stavolta tocca a noi, siamo la voce della nostra generazione, mettiamoci insieme e cerchiamo di combinare qualcosa, non possiamo mica passare la vita a dire che siamo circondati da orde di barbari ignoranti». (uscito oggi su Sardegna 24)
giovedì 26 gennaio 2012
Twimbow, da Cagliari alla Silicon Valley
Il nome di Twimbow derivada una combinazione di due parole, Twitter e rainbow (arcobaleno). Il senso della scelta si capisce facilmente una volta che si entra nell'home-page del sito e si scopre la sua funzione, che è quella di interfaccia che serve per organizzare i contenuti del social network usando, appunto, i colori. Gli utenti possono utilizzare le varietà cromatiche per evidenziare tweet, contatti e argomenti, in modo da trovare quello che interessa veramente nel mezzo dei rumori di fondo dei “cinguettii” che si sentono su Twitter. Detto in altre parole, è un metodo per semplificarsi, e molto, la vita all’interno del social network - uno strumento sempre più familiare anche in Italia, che consente agli utenti di scambiare messaggi, cercare notizie e fare informazione.
L’ingegnere elettronico cagliaritano Luca Filigheddu già nel 2007 aveva intuito le potenzialità del nuovo social medium e all’interno della sua azienda di telecomunicazioni, la sarda Abbeynet, iniziò a promuovere piccoli esperimenti con Twitter. «Ho iniziato a frequentare gli ambienti della Silicon Valley per capire come si muovevano le cose e fare un po' di networking», racconta Filigheddu. «All'interno della nostra azienda abbiamo sempre dato spazio a progetti sperimentali e abbiamo dedicato due persone allo sviluppo di applicazioni in ambito Twitter». I primi servizi sviluppati hanno ricevuto buona visibilità pressi gli addetti ai lavori ma poco successo di pubblico.
Poi, nel 2010, è arrivato Twimbow.com. Che serve, come si diceva, per tenere sotto controllo in modo semplice contatti e argomenti a cui si è interessati,maanche per ascoltare musica e iscriversi agli aggiornamenti di siti e blog, ricevendone i contenuti direttamente nell’home-page. «Sono unutente molto attivo di Twitter e quindi mi sono sempre mosso da un servizio all'altro, ad esempio servizi di interfaccia che consentono di usare al meglio il social network. Di ciascuno conoscevo pregi e difetti », racconta.«A quel punto abbiamo deciso di provare a farne uno completamente diverso per colmare alcuni vuoti che abbiamo individuato». La versione alpha del sito è stata presentata nel 2010 alla Launch conference di San Francisco, ma il lancio al pubblico è arrivato nel luglio del 2011, e da allora è riuscito a conquistarsi 25000 utenti attivi che usano Twimbow come browser per Twitter.
La novità è che nel giro di due settimane il servizio sarà integrato anche su Facebook, e quindi garantirà la possibilità di gestire direttamente daTwimbowgli aggiornamenti nel proprio account. Il progetto, nato all’interno di Abbeynet, è diventato qualche mese fa un’azienda a se stante con sede a San Francisco. Negli uffici statunitensi c’è la gestione del marketing ma il cuore tecnologico rimane a Cagliari. «Abbiamo deciso di aprireunufficio negli States perché, nell’ottica di trovare dei finanziatori, è meglio lavorare lì», spiega Filigheddu. «In Italia sono pochi coloro che colgono il valore di questi servizi. Chi investe vuole risultati subito, ma servizi di questo tipo hanno bisogno di tempo per raggiungere una massa critica di utenti e quindi trovare il modo per monetizzarli». (a.tramonte@sardegna24.net)
L’ingegnere elettronico cagliaritano Luca Filigheddu già nel 2007 aveva intuito le potenzialità del nuovo social medium e all’interno della sua azienda di telecomunicazioni, la sarda Abbeynet, iniziò a promuovere piccoli esperimenti con Twitter. «Ho iniziato a frequentare gli ambienti della Silicon Valley per capire come si muovevano le cose e fare un po' di networking», racconta Filigheddu. «All'interno della nostra azienda abbiamo sempre dato spazio a progetti sperimentali e abbiamo dedicato due persone allo sviluppo di applicazioni in ambito Twitter». I primi servizi sviluppati hanno ricevuto buona visibilità pressi gli addetti ai lavori ma poco successo di pubblico.
Poi, nel 2010, è arrivato Twimbow.com. Che serve, come si diceva, per tenere sotto controllo in modo semplice contatti e argomenti a cui si è interessati,maanche per ascoltare musica e iscriversi agli aggiornamenti di siti e blog, ricevendone i contenuti direttamente nell’home-page. «Sono unutente molto attivo di Twitter e quindi mi sono sempre mosso da un servizio all'altro, ad esempio servizi di interfaccia che consentono di usare al meglio il social network. Di ciascuno conoscevo pregi e difetti », racconta.«A quel punto abbiamo deciso di provare a farne uno completamente diverso per colmare alcuni vuoti che abbiamo individuato». La versione alpha del sito è stata presentata nel 2010 alla Launch conference di San Francisco, ma il lancio al pubblico è arrivato nel luglio del 2011, e da allora è riuscito a conquistarsi 25000 utenti attivi che usano Twimbow come browser per Twitter.
La novità è che nel giro di due settimane il servizio sarà integrato anche su Facebook, e quindi garantirà la possibilità di gestire direttamente daTwimbowgli aggiornamenti nel proprio account. Il progetto, nato all’interno di Abbeynet, è diventato qualche mese fa un’azienda a se stante con sede a San Francisco. Negli uffici statunitensi c’è la gestione del marketing ma il cuore tecnologico rimane a Cagliari. «Abbiamo deciso di aprireunufficio negli States perché, nell’ottica di trovare dei finanziatori, è meglio lavorare lì», spiega Filigheddu. «In Italia sono pochi coloro che colgono il valore di questi servizi. Chi investe vuole risultati subito, ma servizi di questo tipo hanno bisogno di tempo per raggiungere una massa critica di utenti e quindi trovare il modo per monetizzarli». (a.tramonte@sardegna24.net)
martedì 24 gennaio 2012
Iosonouncane: «Il mio Gramsci che lavora in un call center»
Per dare un'idea dell'attitudine musicale di Iosonouncane – al secolo Jacopo Incani, ventinovenne di Buggerru – si può partire da un pezzo del suo disco d'esordio, La Macarena su Roma uscito due anni fa per l'etichetta italiana Trovarobato. Un esempio è Torino pausa pranzo. Si apre con una chitarra che colora il pezzo di tinte quasi nostalgiche, Potrebbe anche sembrare, a prima vista, l’attacco di una canzone di un cantautore anni Settanta, ma quasi subito lo scenario cambia e quella chitarra viene introdotta in un contesto alieno, accompagnata da un arrangiamento di synth ed un beat sporco prodotto da una loop machine. Poi entra la voce: beffarda, sarcastica, a modo suo anche violenta, che riesce a raccontare del funerale degli operai morti nelle acciaierie della ThyssenKrupp attraverso la giustapposizione di contrasti forti, in un misto di cinismo e rabbia commossa che lascia quasi disorientati. “Torino acciaierie, pausa pranzo liberata/ nella pace bianca della zona industriale/ e un minuto di silenzio negli stadi ansimanti/ che poi riesplodono in un coro di voci rassicuranti/ in collegamento da bordocampo”. Quest'ultimo verso, in collegamento, in collegamento da bordocampo, viene ripetuto con tono struggente nel momento di maggiore intensità del brano. Un luogo comune televisivo che produce un effetto straniante, come a voler smascherare l'ipocrisia che secondo l’autore ha avvolto quella vicenda (“il coccodrillo commosso parente stretto delle borsette/ è il prezzo da pagare per i prezzi da scontare”).
Il lavoro musicale di Jacopo è la versione 2.0 del cantautorato impegnato socialmente degli anni Settanta, un aggiornamento che si produce attraverso l’incontro/scontro con l’elettronica contemporanea - un’elettronica povera, piena di spigoli, di beatbox e campionatori e tastierine giocattolo, che crea un effetto interessante. Un po’ come se, diciamo, Lucio Dalla facesse una jam session con i terroristi sonori newyorkesi dei Black Dice. Il suo disco d’esordio è stato accolto dalla critica come una delle novità più interessanti della musica italiana degli ultimi anni, svelandone la curiosità musicale, la capacità di dialogare con una tradizione melodica italiana senza risultare didascalico, un talento enorme nella scrittura dei testi. In questi mesi Jacopo è tornato nella sua Buggerru per lavorare ai pezzi del nuovo disco, che uscirà in autunno. «Avevo voglia di tornare a casa», racconta Jacopo, «Sono stato tre anni in giro completamente da solo, ho visto l'Italia in lungo e in largo e in quel periodo ho vissuto più da Iosonouncane che non da Jacopo. Avevo bisogno di fermarmi, tirare il fiato e staccarmi da quelle canzoni. Non sopportavo più nemmeno di salire su un palco. Qui sono a casa di mia madre, di mia nonna. Quando vai in giro per tre anni perdi il contatto coi motivi di fondo per cui vai in giro. Quindi sono tornato qui, in una casa dove si vede sempre il mare. Anche a Buggerru ci sono spazi di silenzio e solitudine, ma è una solitudine molto diversa rispetto a quella di un intercity».
Tutto è iniziato a Bologna, dove Jacopo è andato a vivere per ragioni di studio. Ha fondato una band, gli Adharma, che si è sciolta dopo appena un disco. «In quel periodo mi sono accorto che avevo 24 anni, senza aver finito l’università, con un lavoro in un call center per otto ore al giorno», racconta. «Volevo fare il musicista. Ho dovuto scegliere tra l’essere una persona normale che mette insieme il suo stipendio, oppure suonare. Per il momento ci ho rimesso un sacco di soldi, perché mi sono dovuto anche indebitare. Ma mi sono accorto che sapevo e volevo fare solo quello». L’esperienza in un call center, in quel periodo, è stata decisiva. Jacopo divideva il suo tempo tra il lavoro, la registrazione della demo e i primi live in giro. «Era faticoso, perché per spostarmi dovevo prendere il treno, dato che non ho la patente. E suonare e poi lavorare otto ore in un call center mi stava sfiancando». Le canzoni risentono pesantemente di quei mesi. Il tema del lavoro è presente in diverse canzoni, come ne Il sesto stato o in Superstiti, in cui Jacopo si immagina un dialogo con Antonio Gramsci all’interno del suo posto di lavoro - “Antonio che cosa ci fai qui? Ah guarda lascia perdere, due anni che mando curriculum da tutte le parti, non mi ha preso nessuno. Neanche all'Upim”. Il disco affronta anche altri temi. Nel brano di apertura Jacopo si immagina ad esempio le reazioni di una folla in spiaggia per l’affondo di un barcone di clandestini, “una folla selvaggia che invoca a gran voce la versione in carne e ossa delle morti viste in tv”, e gioca, in chiusura di pezzo, col “po po po” dei mondiali Berlinesi in un crescendo di voci che si sovrappongono creando un effetto quasi infernale. Il nuovo album conserverà quell’impronta “impegnata” nei testi ma musicalmente sarà un po’ diverso. «In quel periodo ero molto arrabbiato e a disagio per il tipo di vita che facevo. Chitarra e loop erano funzionali per dire le cose in un certo modo. Finora il progetto è stato quasi punk, un beat due accordi e via, in realtà adesso mi è tornata la voglia di lavorare su melodie ben scritte, curare gli arrangiamenti e le ritmiche. Le cose che scrivo sono più ariose. Credo che sia l’influenza di Buggerru». (a.tramonte@sardegna24.net)
sabato 21 gennaio 2012
La eco-house sostenibile ideata da due architetti sardi
La “casa panoramica” è un progetto di abitazione che è stato pensato come una sorta di macchina fotografica in grado di inquadrare degli scorci del paesaggio sardo - panorami costieri come quelli che si trovano a Buggerru o montani tipo quello della zona del Lago Taloro nel territorio di Gavoi. Una casetta di 45 metri quadri ideata per essere costruita con il sistema X Lam, ovvero attraverso pannelli di legno a strati incrociati, metodo che garantisce che la costruzione sia pienamente ecologica perché il montaggio avviene a secco, con l’utilizzo di pochi attrezzi per montare pareti, solai, porte finestre, e in fase di cantiere non si usa cemento. E quindi - ulteriore dettaglio - è una eco-house, un’abitazione ecocompatibile, sostenibile, che sarebbe del tutto integrata nel paesaggio in cui è stata immaginata, rispettosa dell’ambiente.
La casa è stata progettata da due giovani architetti sardi, Marinella Cogodda e Giaime Cabras, per Eco Luoghi 2011, un concorso promosso a livello nazionale dall’associazione Mecenate 90 in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente, che ogni anno premia i dieci migliori progetti di case, appunto, ecocompatibili. I due ragazzi hanno partecipato e vinto: la loro idea ha trionfato nella sezione junior del concorso, quella dedicata agli architetti al di sotto dei 35 anni. Il premio in denaro era di 5000 euro, ma in questo caso la vera soddisfazione per i due architetti è che il prototipo verrà esposto a Roma per due mesi, a giugno e luglio, negli spazi esterni del MAXXI, il prestigioso museo nazionale delle arti del XXI secolo. E il progetto ha ricevuto anche il bollino del Ministero dell’Ambiente per la certificazione di casa sostenibile.
«La casa è stata pensata per due persone ed è composta da tre blocchi riconoscibili: servizi, living e notte», racconta Marinella. «45 metri quadri sono pochi e quindi abbiamo cercato di dare spazialità all'abitazione, con un soggiorno a doppia altezza, con una scala che porta a una camera da letto, sospesa e rivolta ad est per veder sorgere il sole. Abbiamo sistemato a est e a sud gli ambienti in cui si soggiorna di più, per avere un legame costante con il paesaggio e l'ambiente».
Il progetto è stato immaginato in contesti diversi che richiamano i paesaggi sardi più tipici, le coste, la montagna e la città. «Non avevamo limiti e quindi ci siamo chiesti: cosa farebbe la nostra casa in un determinato ambiente sardo?», continua l’architetto. «E quindi ci è piaciuta l’idea di collocarla in luoghi diversi e di immaginarla come una macchina fotografica in grado di inquadrare e catturare vari paesaggi». E in tutti i casi, nonostante le fasce climatiche diverse, la casa panoramica riesce a mantenere basso il consumo energetico. L’abitazione verrà assemblata da una ditta ogliastrina, la Casa opera, e poi smontata e rimontata a Roma in occasione della mostra. Il progetto verrà presentato anche a Cagliari, l’11 febbraio da Linea Notturna, all’interno del Pecha Kucha, una finestra dedicata alla creatività e all’innovazione.
I due architetti sono giovanissimi. Giaime, cagliaritano, ha 29 anni, Marinella, di Arzana, 32. Entrambi hanno studiato architettura fuori dall’Isola e dopo alcune esperienze in Italia hanno deciso di tornare in Sardegna approfittando del percorso di rientro del Master & Back. Si occupano entrambi di architettura sostenibile e di recente hanno partecipato a un altro concorso di idee, indetto dalla Regione Puglia, chiamato “ecco una panchina!”. Il loro progetto - che si è classificato terzo - era quello di una panchina, appunto, adattabile, ricomponibile ed ecologica, realizzata con materiali di riciclo e composta da blocchi colorati che possono essere combinati a seconda del luogo in cui viene sistemata. L’oggetto (ribattezzato EcCO-PlAy) si è aggiudicato anche una menzione speciale alla Fiera della produttività sostenibile di Villagrande. (a.tramonte@sardegna24.net)
La label sardo-portoghese e i dischi dentro carta da pacchi
Esiste un'etichetta indipendente fondata da un ragazzo cagliaritano che pubblica, diciamo, “musica di merda per gente di merda”. Almeno se vogliamo prendere alla lettera il nome della label, che è Shit Music for Shit People - insomma, questo vuol dire, senza troppi giri di parole. «Ma bisogna interpretarlo come una provocazione, una rivendicazione ironica», spiega Tommaso Floris, che gestisce l'etichetta insieme alla portoghese Angela Monteiro. «In Italia la musica indipendente rimane sempre un po' di nicchia, ma è nelle nicchie che si trova la qualità. La musica brutta è spesso quella che circola in televisione, nei supermercati, insomma, quella che senti ovunque tuo malgrado».
La “Shit” si sta ritagliando uno spazio di rilievo all'interno della scena indipendente italiana, con una serie di produzioni che hanno saputo intercettare alcuni dei fermenti più vitali della musica underground di questi anni, soprattutto le varie declinazioni del garage rock che hanno vissuto una specie di rinascimento (anche sardo) proprio negli ultimi tempi. È un'etichetta che vuole essere gestita in modo professionale ma che conserva l'impronta di una label do it yourself, dove l'aspetto artigianale, relazionale e umano rimane preponderante. Stampa sette pollici pubblicati dentro carta da pacchi sigillata («un richiamo ai pacchi sorpresa che ricevevamo quando eravamo bambini») e cassettine a tiratura limitata. E dentro ci sono suoni che vanno dal rock'n'roll più scanzonato alla canzone d'autore storta che richiama Tom Waits – in mezzo, blues torbidissimo, electropop giocoso, folk deviato e psichedelia di marca tropicalista.
La label nasce nel 2009, anno in cui Floris si trovava a Roma per ragioni di studio. «L'idea di pubblicare dischi risale a tanti anni fa, quando ho iniziato a scrivere di musica per diverse fanzine», racconta. «Ma ho accantonato l’idea per un po', preso da altre cose». La voglia è tornata in un secondo momento, quando Floris è andato insieme alla Monteiro al concerto di una band che ancora non aveva pubblicato nulla, gli italo-francesi Capputtini ‘I Lignu. In quell’occasione hanno scoperto un duo a cui basta poco per far rumore. Una grancassa e due chitarre che vanno a definire un suono blues sgangherato e viscerale, figlio tanto della tradizione del Delta quanto della rivisitazione contemporanea dei generi tradizionali americani - boogie, ragtime, rock’n’roll. Roba infuocatissima che ha preso forma discografica grazie alla “Shit”, con un sette pollici di quattro canzoni che ha inaugurato ufficialmente il catalogo della label.
In queste settimane sono arrivati all’uscita numero nove con il nuovo singolo dei Vermillion Sands (nella foto la cantante e chitarrista Anna Barattin), band che rappresenta una delle punte di eccellenza del garage rock italiano dal respiro più internazionale. In mezzo ci sono stati altri ‘7 e cassettine, in particolare gli Ep dei cagliaritani Love Boat e dei Two Bit Dezperados, band fondata da Tommaso e Angela con un suono in bilico tra garage, pop, psichedelia e influenze brasiliane. Fin da subito l’etichetta ha cercato di distinguersi anche con il packaging dei dischi, ad esempio con l’idea della confezione in carta da pacchi. «Volevamo fare qualcosa di artigianale, anche al tatto», spiega Floris. «Che avesse il sapore di una produzione fatta a mano». La label di recente ha lanciato gli “Shit video”, documentari di qualche minuto che mostrano alcune delle band dell’etichetta impegnate a suonare un pezzo acustico in luoghi scelti in mezzo alla città. I primi due, protagonisti i Love Boat e i Capputtini, sono stati realizzati dal regista sardo Fabrizio Marrocu. «Shit non è la solita etichetta, che pubblica promuove e vende. Vogliamo sperimentare anche nel campo dei video, della grafica e dell’illustrazione». (a.tramonte@sardegna24.net)
La “Shit” si sta ritagliando uno spazio di rilievo all'interno della scena indipendente italiana, con una serie di produzioni che hanno saputo intercettare alcuni dei fermenti più vitali della musica underground di questi anni, soprattutto le varie declinazioni del garage rock che hanno vissuto una specie di rinascimento (anche sardo) proprio negli ultimi tempi. È un'etichetta che vuole essere gestita in modo professionale ma che conserva l'impronta di una label do it yourself, dove l'aspetto artigianale, relazionale e umano rimane preponderante. Stampa sette pollici pubblicati dentro carta da pacchi sigillata («un richiamo ai pacchi sorpresa che ricevevamo quando eravamo bambini») e cassettine a tiratura limitata. E dentro ci sono suoni che vanno dal rock'n'roll più scanzonato alla canzone d'autore storta che richiama Tom Waits – in mezzo, blues torbidissimo, electropop giocoso, folk deviato e psichedelia di marca tropicalista.
La label nasce nel 2009, anno in cui Floris si trovava a Roma per ragioni di studio. «L'idea di pubblicare dischi risale a tanti anni fa, quando ho iniziato a scrivere di musica per diverse fanzine», racconta. «Ma ho accantonato l’idea per un po', preso da altre cose». La voglia è tornata in un secondo momento, quando Floris è andato insieme alla Monteiro al concerto di una band che ancora non aveva pubblicato nulla, gli italo-francesi Capputtini ‘I Lignu. In quell’occasione hanno scoperto un duo a cui basta poco per far rumore. Una grancassa e due chitarre che vanno a definire un suono blues sgangherato e viscerale, figlio tanto della tradizione del Delta quanto della rivisitazione contemporanea dei generi tradizionali americani - boogie, ragtime, rock’n’roll. Roba infuocatissima che ha preso forma discografica grazie alla “Shit”, con un sette pollici di quattro canzoni che ha inaugurato ufficialmente il catalogo della label.
In queste settimane sono arrivati all’uscita numero nove con il nuovo singolo dei Vermillion Sands (nella foto la cantante e chitarrista Anna Barattin), band che rappresenta una delle punte di eccellenza del garage rock italiano dal respiro più internazionale. In mezzo ci sono stati altri ‘7 e cassettine, in particolare gli Ep dei cagliaritani Love Boat e dei Two Bit Dezperados, band fondata da Tommaso e Angela con un suono in bilico tra garage, pop, psichedelia e influenze brasiliane. Fin da subito l’etichetta ha cercato di distinguersi anche con il packaging dei dischi, ad esempio con l’idea della confezione in carta da pacchi. «Volevamo fare qualcosa di artigianale, anche al tatto», spiega Floris. «Che avesse il sapore di una produzione fatta a mano». La label di recente ha lanciato gli “Shit video”, documentari di qualche minuto che mostrano alcune delle band dell’etichetta impegnate a suonare un pezzo acustico in luoghi scelti in mezzo alla città. I primi due, protagonisti i Love Boat e i Capputtini, sono stati realizzati dal regista sardo Fabrizio Marrocu. «Shit non è la solita etichetta, che pubblica promuove e vende. Vogliamo sperimentare anche nel campo dei video, della grafica e dell’illustrazione». (a.tramonte@sardegna24.net)
Quando la musica elettronica fa parlare i paesaggi sardi
L’ombra della musica è un concetto affascinante. È come parlare di suoni che vengono spogliati delle loro viscere, a cui si sottrae corpo e pelle e sangue lasciandone solo un contorno scuro, che rimane quasi senza forma, impalpabile. Quelle viscere che prima erano chitarre diventano suono puro – o anche, per tornare all'inizio, ombre di una cosa che prima aveva una fisionomia, dei connotati riconoscibili. Un esempio di questo approccio è il lavoro di post-produzione operato dal producer Arrogalla nei confronti di due lavori del chitarrista Andrea Congia per una release (Liberainosi de mali) pubblicata dalla netlabel Mime. Si tratta di due pezzi di chitarra in cui la chitarra non si sente. Rimangono solo il dubbing e gli effetti dello strumento e quindi, in un certo senso, la sua assenza. E il concetto è proprio quello di cui parlava Lee Perry negli anni Settanta a proposito della musica che faceva. Una cosa tipo: come ogni persona ha la sua ombra, ogni canzone può avere la sua versione dub. Spogliata, ad esempio, attraverso un lavoro radicale di sottrazione e alterazione, oppure arricchita pesantemente da echi e riverberi. Questa è, in un certo senso, la premessa musicale di Mime, la netlabel cagliaritana fondata da Frantziscu Medda in arte Arrogalla, producer e metà del duo dei Bentesoi. Ma l’idea che differenzia Mime da ogni altra label, digitale o meno, è quella di usare l’approccio musicale dub per sonorizzare luoghi specifici. Si parte dalla fotografia di un luogo fisico, di un ambiente o di un paesaggio sardo e poi un artista interagisce con l’immagine in base alle sensazioni che gli vengono evocate. Una volta create le musiche e stabilite le atmosfere delle composizioni, anche la fotografia subisce un lavoro di post-produzione, per sintonizzarne l’umore a quello della musica. I pezzi poi vengono pubblicati in free download sul sito dell’etichetta (mimenetlabel.com) - anche se è possibile dare un contributo economico libero, a scelta di chi scarica i pezzi. «Spesso con la musica tendiamo a raccontare cose e ad esprimere concetti», dice Arrogalla. «Mime invece nasce dalla necessità di far parlare i luoghi. Abbiamo la fortuna di vivere in Sardegna, che attraverso i suoi ambienti fornisce una varietà di stimoli: belli e brutti, desolati e ricchi». Ad esempio Santa Cristina di Paulilatino, Calamosca, Buoncammino, Is Aruttas Santas, S’Arriu ‘e su Minerali - da ognuno di questi posti artisti come Arrogalla, Congia, Stefano “Menion” Ferrari e altri hanno tirato fuori dei suoni e «hanno fatto parlare i luoghi». In questo senso la parola è bandita. Anche se, tra le prossime release, ce ne sarà una dei Populos Tenore Nugoresu, il canto a tenore sarà talmente effettato in sede di post-produzione che la voce sarà praticamente un drone, suono puro disincarnato dalla parola. Il 6 febbraio esce la sesta release, Immanence di Rodja, un artista di Matera. «Lui ha voluto raccontare la sua terra, la Basilicata, un luogo devastato da piaghe sociali ma che ha una grandissima vitalità sotterranea, che lascia filtrare una speranza», racconta Arrogalla. «Abbiamo voluto rappresentarlo con una foto della foce del Flumendosa nel lago Omodeo, una foto quasi desertica che mostra però un alberello che spunta dall’acqua. Ecco, quell’alberello rappresenta una piccola speranza». Gli artisti della label si muovono tra quelli di “osservanza” dub e quelli di matrice più sperimentale. «In generale il dub è secondo noi il modo più adeguato per rappresentare un determinato luogo. Un ambiente è dinamico, in continuo movimento e mutazione. Mentre la musica dub rappresenta un intervento in tempo reale sui suoni, alterandoli». La label è portata avanti da Arrogalla con la fotografa Sara Deidda, la grafica Cinzia Adolfi, e poi con Daniele Antezza e Giovanni Conti che si occupano del mastering dei brani. Tra poco Mime farà la sua prima trasferta con Mimetismu in Madrid, progetto durante il quale la città verrà raccontata attraverso foto e suoni. (a.tramonte@sardegna24.net)
"Il fascino retrò della musica rock in audiocassetta"
(Condivido questo bell'articolo su On2Sides uscito qualche giorno fa ne La Nuova Sardegna. Buona lettura)
Intorpiditi dai miracoli della tecnologia moderna, tripudio di pixel intelligenti da sfiorare e pizzicare elasticamente, libri magici che ci risparmiano addirittura la «fatica» di sfogliarli e cellulari a cui mancano praticamente solo le ali, a chi verrebbe mai in mente di rivangare gli oggetti di un tempo perduto e riproporli oggi, sotto forma di nostalgie fuori mercato, stravaganze da romantici? Ci ha provato e ci è riuscito un gruppo di ragazzi di Cagliari che nel 2010 ha dato vita all'etichetta discografica On2Sides, registrando'sui due lati' di audiocassette autoprodotte la musica elettronica e il rock proposti da band sarde emergenti. «Un disco è un oggetto culturale complesso che parla anche attraverso la sua materialità», spiega Andrea Tramonte, uno degli ideatori del progetto. «L'idea delle cassette nasce per recuperare un formato obsoleto, giocare con il suo design, sull'emotività che evoca». Ricercare un suono sporco che ricordi quello dei vecchi mangianastri, parte di un immaginario anni Ottanta e di rituali lenti com'era registrare dalla radio e il riversamento su nastro, che pure arricchivano l'ascolto di un certo sapore di conquista. «C'era molta più cura verso l'ascolto, perché non c'era tanta musica a disposizione», commenta Tramonte. «Finché non è arrivato l'mp3. Ne scaricavo a tonnellate, musica disponibile subito e facilmente. Ma paradossalmente più ne sentivo e meno ne ascoltavo». In verde, azzurro, giallo e nero, dal 2010 ad oggi On2Sides ha prodotto quattro cassette. Le prime due sono compilation che esplorano l'elettronica nostrana attraverso performance drum'n'bass, dubstep, ambient ed electro, e l'altra, più rock, spazia tra pezzi garage, pop, folk, cantautoriali e indie. Gli altri due progetti sono Ep dedicate a due band sarde di popolarità crescente anche oltremare: gli oristanesi Dead Hipsters e poi il fiore nell'occhiello di On2Sides, gli Everybody Tesla, che da maggio usciranno anche su cd a seguito della collaborazione con Trovarobato, una delle principali etichette indipendenti italiane. Il progetto On2Sides, nato per incanalare un fermento musicale locale, allo stesso tempo ha finito per sperimentare una convergenza tra linguaggi ed esperienze artistiche diverse, dalla grafica alla fotografia, dal design ai materiali. «Stampiamo i booklet, li ritagliamo e li pieghiamo, applichiamo gli sticker come si faceva con le vecchie etichette do it yourself». Le cassette infatti vengono preparate a mano una per una. Un po' perché ci si diverte, un po' perché si risparmia ma soprattutto «perché da il senso di qualcosa che stai costruendo tu». «È come un riannodare i fili con un passato che sembrava meno complicato di questi anni di grandi incertezze», conclude Tramonte. Forse con un po' di speranza che la semplicità di allora non resti soltanto un ricordo sullo sfondo ingiallito delle vecchie Polaroid. (Carlotta Comparetti)
Intorpiditi dai miracoli della tecnologia moderna, tripudio di pixel intelligenti da sfiorare e pizzicare elasticamente, libri magici che ci risparmiano addirittura la «fatica» di sfogliarli e cellulari a cui mancano praticamente solo le ali, a chi verrebbe mai in mente di rivangare gli oggetti di un tempo perduto e riproporli oggi, sotto forma di nostalgie fuori mercato, stravaganze da romantici? Ci ha provato e ci è riuscito un gruppo di ragazzi di Cagliari che nel 2010 ha dato vita all'etichetta discografica On2Sides, registrando'sui due lati' di audiocassette autoprodotte la musica elettronica e il rock proposti da band sarde emergenti. «Un disco è un oggetto culturale complesso che parla anche attraverso la sua materialità», spiega Andrea Tramonte, uno degli ideatori del progetto. «L'idea delle cassette nasce per recuperare un formato obsoleto, giocare con il suo design, sull'emotività che evoca». Ricercare un suono sporco che ricordi quello dei vecchi mangianastri, parte di un immaginario anni Ottanta e di rituali lenti com'era registrare dalla radio e il riversamento su nastro, che pure arricchivano l'ascolto di un certo sapore di conquista. «C'era molta più cura verso l'ascolto, perché non c'era tanta musica a disposizione», commenta Tramonte. «Finché non è arrivato l'mp3. Ne scaricavo a tonnellate, musica disponibile subito e facilmente. Ma paradossalmente più ne sentivo e meno ne ascoltavo». In verde, azzurro, giallo e nero, dal 2010 ad oggi On2Sides ha prodotto quattro cassette. Le prime due sono compilation che esplorano l'elettronica nostrana attraverso performance drum'n'bass, dubstep, ambient ed electro, e l'altra, più rock, spazia tra pezzi garage, pop, folk, cantautoriali e indie. Gli altri due progetti sono Ep dedicate a due band sarde di popolarità crescente anche oltremare: gli oristanesi Dead Hipsters e poi il fiore nell'occhiello di On2Sides, gli Everybody Tesla, che da maggio usciranno anche su cd a seguito della collaborazione con Trovarobato, una delle principali etichette indipendenti italiane. Il progetto On2Sides, nato per incanalare un fermento musicale locale, allo stesso tempo ha finito per sperimentare una convergenza tra linguaggi ed esperienze artistiche diverse, dalla grafica alla fotografia, dal design ai materiali. «Stampiamo i booklet, li ritagliamo e li pieghiamo, applichiamo gli sticker come si faceva con le vecchie etichette do it yourself». Le cassette infatti vengono preparate a mano una per una. Un po' perché ci si diverte, un po' perché si risparmia ma soprattutto «perché da il senso di qualcosa che stai costruendo tu». «È come un riannodare i fili con un passato che sembrava meno complicato di questi anni di grandi incertezze», conclude Tramonte. Forse con un po' di speranza che la semplicità di allora non resti soltanto un ricordo sullo sfondo ingiallito delle vecchie Polaroid. (Carlotta Comparetti)
sabato 10 dicembre 2011
Se la Silicon Valley è a Casteddu
Net Value è una sorta di Silicon Valley sarda concentrata all' ultimo piano di un palazzo di via Sassari a Cagliari. Una digital nursery che si occupa di accogliere le aziende in fasce e di fornire quelle cure di cui ogni start-up ha bisogno per evitare gli errori che si commettono nei primi due anni di vita. La struttura è nata nel 2009 da un' idea di Mario Mariani e nel corso di due anni ha già visto passare all'interno dei suoi uffici una ventina di aziende – come Paperlit, ora leader in Italia nel campo dello sviluppo di applicazioni dei giornali per smartphone e tablet. Mariani ha una esperienza lunghissima nel campo dell'innovazione digitale. Ha avuto l'opportunità di vivere dall’interno tutte le fasi più esaltanti della sfida sarda al Web, con la start-up di Video On Line di Nicola Grauso e quella di Tiscali, di cui è diventato amministratore delegato nel 2006. Dopo aver lasciato l'azienda di Renato Soru ha deciso di mettere al servizio di nuove realtà imprenditoriali le competenze accumulate nel corso degli anni.
Un po' come accade nella Silicon Valley, dove è pratica diffusa che imprenditori creino strutture di questo tipo per dare una mano ai giovani con le loro start-up. Funziona così: spesso ragazzi di talento hanno voglia di mettersi in gioco con un'idea brillante,manon hanno le competenze necessarie per gestire un'azienda. Strutture come Net Value intervengono in due direzioni: investono dei soldi ma soprattutto mettono a disposizione il know-how manageriale, commerciale e di marketing che serve per avviare iniziative simili. «Un'azienda di incubazione », spiega Mariani, «che ho aperto qui anche perché la Sardegna è un distretto importante per la Rete, una delle aree più vitali in Italia». Si è creato, negli anni, un bell’ecosistema ricco di competenze diffuse che hanno solo bisogno del classico fiuto per gli affari per essere messe a frutto.
Mariani spiega come le start-up abbiano un tasso di mortalità altissimo. Su dieci aziende, in genere, sette chiudono, due raggiungono una soglia rispettabile da dieci dipendenti, un'altra supera la fase di nanismoed esplode a livello internazionale. È a quel punto che si decide se intervenire con capitali di rischio per accompagnarne l'espansione. Statistiche che potrebbero scoraggiare, ma la cosa fondamentale, dice, è provarci, mettendo in conto anche la possibilità di qualche fallimento. «In America c’è la cultura del pionierismo e del fallimento, una forte attitudine al rischio. Se un progetto non funziona ne fai un altro», dice Mariani. «In Sardegna se fallisci passi per sfigato. Quello che consiglio ai giovani è sempre questo: piuttosto che deprimerti perché non c’è lavoro, fai la tua azienda, provaci. Poi la nostra economia è drogata da finanziamenti pubblici, peraltro erogati in maniera sbagliata. Molti imprenditori sono prenditori il cui fatturato non viene dal mercato ma dai soldi pubblici, quindi dalla politica. Inoltre si pensa troppo al mercato locale, senza cercare di allargare i propri orizzonti». (a.tramonte@sardegna24.net)
Leggi anche questo articolo su Softfobia
Un po' come accade nella Silicon Valley, dove è pratica diffusa che imprenditori creino strutture di questo tipo per dare una mano ai giovani con le loro start-up. Funziona così: spesso ragazzi di talento hanno voglia di mettersi in gioco con un'idea brillante,manon hanno le competenze necessarie per gestire un'azienda. Strutture come Net Value intervengono in due direzioni: investono dei soldi ma soprattutto mettono a disposizione il know-how manageriale, commerciale e di marketing che serve per avviare iniziative simili. «Un'azienda di incubazione », spiega Mariani, «che ho aperto qui anche perché la Sardegna è un distretto importante per la Rete, una delle aree più vitali in Italia». Si è creato, negli anni, un bell’ecosistema ricco di competenze diffuse che hanno solo bisogno del classico fiuto per gli affari per essere messe a frutto.
Mariani spiega come le start-up abbiano un tasso di mortalità altissimo. Su dieci aziende, in genere, sette chiudono, due raggiungono una soglia rispettabile da dieci dipendenti, un'altra supera la fase di nanismoed esplode a livello internazionale. È a quel punto che si decide se intervenire con capitali di rischio per accompagnarne l'espansione. Statistiche che potrebbero scoraggiare, ma la cosa fondamentale, dice, è provarci, mettendo in conto anche la possibilità di qualche fallimento. «In America c’è la cultura del pionierismo e del fallimento, una forte attitudine al rischio. Se un progetto non funziona ne fai un altro», dice Mariani. «In Sardegna se fallisci passi per sfigato. Quello che consiglio ai giovani è sempre questo: piuttosto che deprimerti perché non c’è lavoro, fai la tua azienda, provaci. Poi la nostra economia è drogata da finanziamenti pubblici, peraltro erogati in maniera sbagliata. Molti imprenditori sono prenditori il cui fatturato non viene dal mercato ma dai soldi pubblici, quindi dalla politica. Inoltre si pensa troppo al mercato locale, senza cercare di allargare i propri orizzonti». (a.tramonte@sardegna24.net)
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L'e-commerce in salsa sarda. PorcoVino sbarca in Giappone
Ogni prodotto racconta una storia. Prendiamo il vino: dietro una bottiglia che si acquista al market c'è il colore di un vigneto, l'odore del Cannonau, il paesaggio – mettiamo – del supramonte barbaricino, l'esperienza di una famiglia di produttori e le loro storie personali, i modi di produzione che si radicano in una tradizione che vale la pena di essere conosciuta. Una storia è in grado di arricchire l'esperienza di consumo, renderla più consapevole, iscriverla, quasi, in un orizzonte di senso personale – come accade ad esempio nelle scelte di consumo equo e solidale, in quella di acquistare solo cibo a km zero o in mille altri esempi non necessariamente legati all' alimentazione.È con una filosofia del genere che è nato PorcoVino, una piattaforma di e-commerce fondata tra Cagliari, Firenze e Tokyo che si propone di commercializzare all'estero prodotti eno-gastronomici puntando sulla costruzione di contenuti che ne raccontino la storia e il radicamento nel territorio di provenienza.
«Una sorta di anti-supermarket», spiega Giovanni Segni, l’imprenditore trentottenne che ha messo su la start-up nel 2010, insieme a Giulio Concas - tra gli altri soci, giusto per limitarci ai sardi. Il lato della “narrazione” è fondamentale nell'approccio del progetto. Perché laddove in un market o in una piattaforma tradizionale di e-commerce si possono reperire le informazioni di base di un prodotto, ovvero il prezzo e poco altro, su PorcoVino si cerca programmaticamente di dare la possibilità al cliente di vivere una esperienza più completa, restituendo tutto quel tessuto di tradizioni e contesti che rendono un prodotto esattamente quel prodotto. Come se fosse una specie di borgo virtuale e multimediale, «molto di più di un contenitore di prodotti, ma un vero e proprio villaggio». Dove ci sono botteghe virtuali, con le merci - vini, formaggi, salumi, dolci - e pure con le persone che le producono.
Un esempio è contenuto nella versione beta del sito, che sarà completata nei prossimi giorni. Nella sezione “porcozine” c’è un’intervista video a Giovanni Gabbas, titolare dell’omonima azienda agricola situata a pochi km da Nuoro. Nel filmato il produttore racconta il suo vino, un “Cannonau ingentilito, elegante”. Sostiene che gli è capitato di berne una bottiglia intera, “e non è che mi abbia schiantato, eh”. E spiega: “secondo me influisce il fatto che sono uve sane, poco trattate”. Insomma, su PorcoVino è lo stesso produttore a metterci la faccia, a fare da testimonial vivente delle sue produzioni, a garantire il legame con la terra e a fare da veicolo di ulteriori significati. «È un modo per creare un legame emozionale col prodotto», prosegue Segni, «per cui ci si lega, ad esempio, a un determinato vino ma anche alla storia che c'è dietro».
In questi giorni l’imprenditore si trova in Giappone, dove il lancio della piattaforma è previsto prima di Natale. È il primo mercato di riferimento di PorcoVino, ma entro il 2013 l'azienda dovrebbe raggiungere anche il Nord Europa e, in un secondo momento, gli Stati Uniti. In Giappone l'azienda ha un magazzino con un catalogo di prodotti che, al momento, è il più ampio dell'intero paese. Si tratta di prodotti vinicoli e alimentari scelti tra le eccellenze nella produzione italiana e sarda. Di Gabbas si è detto. Un altro esempio è quello del Caseificio AntonioGarau diMandas, che produce formaggi tradizionali sardi fin dal 1880, il più antico che ci sia in Sardegna. Il Resort di Capo Nieddu a Cuglieri, che è anche cantina vinicola. E poi le cantine Tema, di più recente nascita, aperte da due donne, madre e figlia, originarie di Crema, stabilitesi di recente nell’Isola. Ogni prodotto viene accompagnato da ulteriori contenuti che ne arricchiscono la fruizione. Ad esempio, interviste allo chef che spiega quali ricette abbinare adundeterminato vino, oppure gallery fotografiche che documentano il paesaggio dei luoghi di produzione. Con una dimensione sociale molto accentuata e il tentativo di creare un link diretto tra produttori e utenti.
Parlando di cifre, al momento a PorcoVino lavorano 15 persone fra manager, tecnici e collaboratori esterni, con sedi a Cagliari, Fiesole (FI) e Tokyo, con partner come FlossLab (cuore tecnologico) e Shibuya. Per mettere su l’iniziativa sono stati raccolti finanziamenti privati per 450mila euro, ma ora - in vista del lancio imminente - c’è una trattativa con un grosso fondo di venture capital italiano per un milione di euro aggiuntivo. Per costituire il magazzino in Giappone hanno ottenuto un mutuo agevolato di 600mila euro. Un investimento importante perun progetto che nel 2010 ha partecipato con successo a Mind the Bridge, una fondazione no-profit che cerca di incoraggiare le nuove idee imprenditoriali, provando a creare un ponte con la Silicon Valley. (a.tramonte@sardegna24.net)
«Una sorta di anti-supermarket», spiega Giovanni Segni, l’imprenditore trentottenne che ha messo su la start-up nel 2010, insieme a Giulio Concas - tra gli altri soci, giusto per limitarci ai sardi. Il lato della “narrazione” è fondamentale nell'approccio del progetto. Perché laddove in un market o in una piattaforma tradizionale di e-commerce si possono reperire le informazioni di base di un prodotto, ovvero il prezzo e poco altro, su PorcoVino si cerca programmaticamente di dare la possibilità al cliente di vivere una esperienza più completa, restituendo tutto quel tessuto di tradizioni e contesti che rendono un prodotto esattamente quel prodotto. Come se fosse una specie di borgo virtuale e multimediale, «molto di più di un contenitore di prodotti, ma un vero e proprio villaggio». Dove ci sono botteghe virtuali, con le merci - vini, formaggi, salumi, dolci - e pure con le persone che le producono.
Un esempio è contenuto nella versione beta del sito, che sarà completata nei prossimi giorni. Nella sezione “porcozine” c’è un’intervista video a Giovanni Gabbas, titolare dell’omonima azienda agricola situata a pochi km da Nuoro. Nel filmato il produttore racconta il suo vino, un “Cannonau ingentilito, elegante”. Sostiene che gli è capitato di berne una bottiglia intera, “e non è che mi abbia schiantato, eh”. E spiega: “secondo me influisce il fatto che sono uve sane, poco trattate”. Insomma, su PorcoVino è lo stesso produttore a metterci la faccia, a fare da testimonial vivente delle sue produzioni, a garantire il legame con la terra e a fare da veicolo di ulteriori significati. «È un modo per creare un legame emozionale col prodotto», prosegue Segni, «per cui ci si lega, ad esempio, a un determinato vino ma anche alla storia che c'è dietro».
In questi giorni l’imprenditore si trova in Giappone, dove il lancio della piattaforma è previsto prima di Natale. È il primo mercato di riferimento di PorcoVino, ma entro il 2013 l'azienda dovrebbe raggiungere anche il Nord Europa e, in un secondo momento, gli Stati Uniti. In Giappone l'azienda ha un magazzino con un catalogo di prodotti che, al momento, è il più ampio dell'intero paese. Si tratta di prodotti vinicoli e alimentari scelti tra le eccellenze nella produzione italiana e sarda. Di Gabbas si è detto. Un altro esempio è quello del Caseificio AntonioGarau diMandas, che produce formaggi tradizionali sardi fin dal 1880, il più antico che ci sia in Sardegna. Il Resort di Capo Nieddu a Cuglieri, che è anche cantina vinicola. E poi le cantine Tema, di più recente nascita, aperte da due donne, madre e figlia, originarie di Crema, stabilitesi di recente nell’Isola. Ogni prodotto viene accompagnato da ulteriori contenuti che ne arricchiscono la fruizione. Ad esempio, interviste allo chef che spiega quali ricette abbinare adundeterminato vino, oppure gallery fotografiche che documentano il paesaggio dei luoghi di produzione. Con una dimensione sociale molto accentuata e il tentativo di creare un link diretto tra produttori e utenti.
Parlando di cifre, al momento a PorcoVino lavorano 15 persone fra manager, tecnici e collaboratori esterni, con sedi a Cagliari, Fiesole (FI) e Tokyo, con partner come FlossLab (cuore tecnologico) e Shibuya. Per mettere su l’iniziativa sono stati raccolti finanziamenti privati per 450mila euro, ma ora - in vista del lancio imminente - c’è una trattativa con un grosso fondo di venture capital italiano per un milione di euro aggiuntivo. Per costituire il magazzino in Giappone hanno ottenuto un mutuo agevolato di 600mila euro. Un investimento importante perun progetto che nel 2010 ha partecipato con successo a Mind the Bridge, una fondazione no-profit che cerca di incoraggiare le nuove idee imprenditoriali, provando a creare un ponte con la Silicon Valley. (a.tramonte@sardegna24.net)
Tre sardi inventano Paraimpu, il social network degli oggetti
Immaginate di poter collegare una lampada con una connessione wi-fi al computer e di poterne regolare le luci attraverso il vostro account su Twitter. Immaginate ora di collegare via Web quella stessa lampada con un'altra lampada che si trova in un'altra parte del mondo, tipo a Bombay, e che sempre attraverso un'applicazione le due lampade possano dialogare tra di loro – mettiamo il caso, quando una cambia colore, anche l'altra segue lo stesso impulso. A parte il dubbio sull'effettiva utilità dell'esempio in questione, l'evoluzione della tecnologia consente di fare anche questo e la rete ora si prepara alla sua prossima, imminente rivoluzione. È il Web of Things, il Web degli oggetti, che rappresenta uno stadio successivo dell' evoluzione del Web come lo conosciamo oggi e che già da anni ha attirato l'interesse dei centri di ricerca in tutto il mondo e delle stesse aziende che operano in rete.
Anche Cagliari è all' avanguardia nelle ricerche, con un gruppo di lavoro del CRS4 che ha addirittura creato un social network per gli oggetti, in cui condividere le proprie “cose” sul Web e metterle in comunicazione con le “cose” di altri utenti. Il social network si chiama Paraimpu ed è stato creato da tre ricercatori della struttura, Antonio Pintus, Davide Carboni e Andrea Piras. La prima versione del sito è stata lanciata di recente, per valutarne la funzionalità e l'impatto soprattutto tra gli addetti ai lavori, ma entro l'estate dovrebbe arrivare la versione beta, potenziata e migliorata anche grazie ai suggerimenti arrivati da diversi utenti “attivi”. Il concetto del social network è molto semplice: quello di condividere oggetti intelligenti, anche di uso quotidiano, dotati di connessione – in questo caso aiutano schede hardware come Arduino –sensori, rilevatori come pure oggetti virtuali come Twitter, Facebook e altri social network.
Il nome deriva dal termine campidanese “Paralimpu”, usato nella sua variante mogorese, che a sua volta viene dal greco Paranymphos, una figura che accordava matrimoni tra famiglie diverse. «Un intermediario», spiega Pintus, «un po' come fa il nostro social network che mette in comunicazione oggetti edentità diverse». I ragazzi di Paraimpu hanno anche realizzato dei video divulgativi per mostrare alcuni utilizzi del network. Scenario: un ragazzo va dal medico, che gli prescrive delle medicine per l'asma. Il medico si collega a Paraimpu e attraverso un oggetto virtuale, un timer, programma l'orario in cui il paziente deve prendere le sue pastiglie. Quando scatta l'ora X un oggetto fisico, un aggeggio chiamato Karotz, una specie di coniglio robot già in commercio collegato alla rete via wi-fi, inizia a muovere le orecchie e a parlare, avvertendo il paziente che è ora di prendere le medicine.
Ora, è chiaro che esempi del genere potrebbero essere migliaia. Alcuni degli ambiti potenziali di sviluppo del web degli oggetti sono quelli della domotica avanzata, delle applicazioni ludiche e delle installazioni artistiche, del monitoraggio ambientale, della telemedicina. Non si tratta solo di far “parlare” una lavatrice con un frigorifero (bisogna anche capire che cosa avrebbero da dirsi), madi usare «oggetti intelligenti che, connessi in rete, abbiano la capacità di produrre dati rilevanti e di “socializzarli”, renderli disponibili per chiunque abbia interesse ad utilizzarli, realizzando di fatto una condivisione», spiega ancora Pintus. In particolare il concetto di socializzazione è cruciale nell'idea di Paraimpu. Un esempio può essere quello di un sensore che rilevi temperatura, umidità, velocità del vento, installato nell'appartamento di un utente per misurare le condizioni ambientali di una città o di un quartiere. «Perché non condividere con altre persone queste informazioni? In questo modo si eviterebbe non solo la duplicazione nel sistema di oggetti con funzionalità identiche, ma si potrebbe evitare di acquistare altri sensori, consentendo un consumo più partecipativo e limitando gli sprechi». (a.tramonte@sardegna24.net)
Anche Cagliari è all' avanguardia nelle ricerche, con un gruppo di lavoro del CRS4 che ha addirittura creato un social network per gli oggetti, in cui condividere le proprie “cose” sul Web e metterle in comunicazione con le “cose” di altri utenti. Il social network si chiama Paraimpu ed è stato creato da tre ricercatori della struttura, Antonio Pintus, Davide Carboni e Andrea Piras. La prima versione del sito è stata lanciata di recente, per valutarne la funzionalità e l'impatto soprattutto tra gli addetti ai lavori, ma entro l'estate dovrebbe arrivare la versione beta, potenziata e migliorata anche grazie ai suggerimenti arrivati da diversi utenti “attivi”. Il concetto del social network è molto semplice: quello di condividere oggetti intelligenti, anche di uso quotidiano, dotati di connessione – in questo caso aiutano schede hardware come Arduino –sensori, rilevatori come pure oggetti virtuali come Twitter, Facebook e altri social network.
Il nome deriva dal termine campidanese “Paralimpu”, usato nella sua variante mogorese, che a sua volta viene dal greco Paranymphos, una figura che accordava matrimoni tra famiglie diverse. «Un intermediario», spiega Pintus, «un po' come fa il nostro social network che mette in comunicazione oggetti edentità diverse». I ragazzi di Paraimpu hanno anche realizzato dei video divulgativi per mostrare alcuni utilizzi del network. Scenario: un ragazzo va dal medico, che gli prescrive delle medicine per l'asma. Il medico si collega a Paraimpu e attraverso un oggetto virtuale, un timer, programma l'orario in cui il paziente deve prendere le sue pastiglie. Quando scatta l'ora X un oggetto fisico, un aggeggio chiamato Karotz, una specie di coniglio robot già in commercio collegato alla rete via wi-fi, inizia a muovere le orecchie e a parlare, avvertendo il paziente che è ora di prendere le medicine.
Ora, è chiaro che esempi del genere potrebbero essere migliaia. Alcuni degli ambiti potenziali di sviluppo del web degli oggetti sono quelli della domotica avanzata, delle applicazioni ludiche e delle installazioni artistiche, del monitoraggio ambientale, della telemedicina. Non si tratta solo di far “parlare” una lavatrice con un frigorifero (bisogna anche capire che cosa avrebbero da dirsi), madi usare «oggetti intelligenti che, connessi in rete, abbiano la capacità di produrre dati rilevanti e di “socializzarli”, renderli disponibili per chiunque abbia interesse ad utilizzarli, realizzando di fatto una condivisione», spiega ancora Pintus. In particolare il concetto di socializzazione è cruciale nell'idea di Paraimpu. Un esempio può essere quello di un sensore che rilevi temperatura, umidità, velocità del vento, installato nell'appartamento di un utente per misurare le condizioni ambientali di una città o di un quartiere. «Perché non condividere con altre persone queste informazioni? In questo modo si eviterebbe non solo la duplicazione nel sistema di oggetti con funzionalità identiche, ma si potrebbe evitare di acquistare altri sensori, consentendo un consumo più partecipativo e limitando gli sprechi». (a.tramonte@sardegna24.net)
sabato 10 settembre 2011
«Prima ero cinico, ora Chiedo scusa». Intervista a Francesco Abate
Il tour di “Chiedo scusa” è stato una specie di viaggio on the road un po' scalcinato a bordo di un' Alfa Alfasud, in cinque in macchina per andare a presentare il libro – 125 date nell'arco di un anno, una novantina solo in Sardegna – e raggiungere le location dove incontrare il pubblico. Uno, Francesco Abate, è l'autore del romanzo (insieme a Saverio Mastrofranco alias Valerio Mastandrea) uscito l'anno scorso per Einaudi. I compagni di viaggio sono stati Marco Noce, Giacomo Casti, Matteo Sau, gli artisti che hanno dato voce e chitarra alle presentazioni. Senza dimenticare ovviamente Romina Congera, la proprietaria dell'Alfa.
«Ci sono state scene molto divertenti - racconta lo scrittore cagliaritano - una volta siamo entrati e usciti dentro la Ztl di Firenze e ci siamo beccati sei multe nel corso di pochi minuti. E poi cose come dimenticarsi uno di noi in aeroporto, le valige in albergo...». La tournée si è chiusa in Sardegna domenica e continuerà per sole tre date in Italia. Poi basta, silenzio per un po'. Anche perché le avventure vissute durante i viaggi sono state anche un modo per alleggerire i contenuti degli incontri e le esperienze terribili raccontate nel libro. Il romanzo racconta una storia di malattia e di ritorno alla vita. Del trapianto di fegato subito dall'autore, del rischio di morire e poi della resurrezione finale. Ed è anche la storia di tutte quelle persone che si sono identificate in Walter, il protagonista del libro, perché hanno vissuto anche loro delle esperienze simili: «Il tour era una testimonianza a favore della donazione degli organi e un modo per dare voce ai trapiantati che ho conosciuto nel corso degli anni».
Una testimonianza in difesa anche del diritto di tutti alla sanità pubblica.
Per 125 volte abbiamo raccontato che se Walter fosse nato in un altro paese si sarebbe dovuto indebitare o morire. Paghiamo le tasse perché così si dà a tutti la possibilità di avere delle cure. Da questo punto di vista il nostro sistema è eccezionale. Nel momento in cui occorre tagliare, a causa della crisi, non si devono toccare salute e istruzione. La salute deve essere un diritto per tutti, che si tratti di uno scrittore o di un operaio.
Dopo 125 presentazioni c'è stato il rischio di assuefazione alla storia, anche se dolorosa, che ha raccontato? Quello di oggettivarla troppo, di non vivere più quelle emozioni che provava le prime volte?
Il tour si interrompe perché non volevo correre questo rischio. Fino a oggi non è mai successo perché la storia è sempre viva. La mia vita si svolge dentro l'ospedale. In febbraio sono stato operato di nuovo e poi vado a trovare gli amici che sono nellamia stessa situazione, li vedo soffrire. Quando racconto la mia storia racconto anche la loro. Durante le presentazioni poi raccogli anche le emozioni di chi hai davanti. Prima di iniziare parlo con le persone e ascolto le loro storie, storie di trapiantati, di malati, di persone defunte. Adesso però sentivo il bisogno di fermarmi.
Una delle caratteristiche dei suoi romanzi era il cinismo come lente per guardare il mondo. In questo libro si è un po' attenuato. Crede che l'esperienza che ha vissuto possa rappresentare uno spartiacque nella sua scrittura?
Credo di sì. Nei miei confronti sono sempre stato molto duro e non posso non esserlo anche nei confronti di tutto. Ma prima era un cinismo senza via d'uscita, votato alla negatività. Ora quel cinismo vede la via di fuga. Perché lo dice la mia storia, quella di un uomo a cui non avevano dato molto da vivere, ma che ora è vivo. Non nego però che ora ho un po' di paura di scrivere il prossimo libro. So che quello che verrà dopo dovrà fare i conti con Chiedo scusa. E non sono sicuro di riuscire a scrivere un altro libro come questo.
Ecco, il prossimo libro?
Quando ho annunciato la fine del tour molti lettori mi hanno detto: ah, ora finalmente ti riposi. E invece no, mi farò il mazzo di nuovo. Ho una storia per le mani, anche questa ispirata a fatti accaduti, ma per scaramanzia non voglio parlarne . Posso dire che si tratta di una storia bella intensa, piena di umanità.
Il romanzo contiene anche momenti di alleggerimento che nel tour sono diventati dei tormentoni. Come la storia dell'infermiera sexy di cui si invaghisce Walter da ragazzino. In genere si tratta di scampoli di cagliaritanità verace raccontati con ironia profonda.
Sono il primo Abate di generazione sarda. Quando finii la scuola mio pade mi chiese se volessi raggiungere i parenti a Roma. Ho deciso di rimanere a Cagliari perché ho un orgoglio di cagliaritanità quasi spasmodico. Uno dei miei obbiettivi come scrittore è quello di riuscire a portare fuori la nostra ironia e la nostra lingua. Ma, del resto, prima di me lo aveva fatto Sergio Atzeni. (uscito su Sardegna 24)
«Ci sono state scene molto divertenti - racconta lo scrittore cagliaritano - una volta siamo entrati e usciti dentro la Ztl di Firenze e ci siamo beccati sei multe nel corso di pochi minuti. E poi cose come dimenticarsi uno di noi in aeroporto, le valige in albergo...». La tournée si è chiusa in Sardegna domenica e continuerà per sole tre date in Italia. Poi basta, silenzio per un po'. Anche perché le avventure vissute durante i viaggi sono state anche un modo per alleggerire i contenuti degli incontri e le esperienze terribili raccontate nel libro. Il romanzo racconta una storia di malattia e di ritorno alla vita. Del trapianto di fegato subito dall'autore, del rischio di morire e poi della resurrezione finale. Ed è anche la storia di tutte quelle persone che si sono identificate in Walter, il protagonista del libro, perché hanno vissuto anche loro delle esperienze simili: «Il tour era una testimonianza a favore della donazione degli organi e un modo per dare voce ai trapiantati che ho conosciuto nel corso degli anni».
Una testimonianza in difesa anche del diritto di tutti alla sanità pubblica.
Per 125 volte abbiamo raccontato che se Walter fosse nato in un altro paese si sarebbe dovuto indebitare o morire. Paghiamo le tasse perché così si dà a tutti la possibilità di avere delle cure. Da questo punto di vista il nostro sistema è eccezionale. Nel momento in cui occorre tagliare, a causa della crisi, non si devono toccare salute e istruzione. La salute deve essere un diritto per tutti, che si tratti di uno scrittore o di un operaio.
Dopo 125 presentazioni c'è stato il rischio di assuefazione alla storia, anche se dolorosa, che ha raccontato? Quello di oggettivarla troppo, di non vivere più quelle emozioni che provava le prime volte?
Il tour si interrompe perché non volevo correre questo rischio. Fino a oggi non è mai successo perché la storia è sempre viva. La mia vita si svolge dentro l'ospedale. In febbraio sono stato operato di nuovo e poi vado a trovare gli amici che sono nellamia stessa situazione, li vedo soffrire. Quando racconto la mia storia racconto anche la loro. Durante le presentazioni poi raccogli anche le emozioni di chi hai davanti. Prima di iniziare parlo con le persone e ascolto le loro storie, storie di trapiantati, di malati, di persone defunte. Adesso però sentivo il bisogno di fermarmi.
Una delle caratteristiche dei suoi romanzi era il cinismo come lente per guardare il mondo. In questo libro si è un po' attenuato. Crede che l'esperienza che ha vissuto possa rappresentare uno spartiacque nella sua scrittura?
Credo di sì. Nei miei confronti sono sempre stato molto duro e non posso non esserlo anche nei confronti di tutto. Ma prima era un cinismo senza via d'uscita, votato alla negatività. Ora quel cinismo vede la via di fuga. Perché lo dice la mia storia, quella di un uomo a cui non avevano dato molto da vivere, ma che ora è vivo. Non nego però che ora ho un po' di paura di scrivere il prossimo libro. So che quello che verrà dopo dovrà fare i conti con Chiedo scusa. E non sono sicuro di riuscire a scrivere un altro libro come questo.
Ecco, il prossimo libro?
Quando ho annunciato la fine del tour molti lettori mi hanno detto: ah, ora finalmente ti riposi. E invece no, mi farò il mazzo di nuovo. Ho una storia per le mani, anche questa ispirata a fatti accaduti, ma per scaramanzia non voglio parlarne . Posso dire che si tratta di una storia bella intensa, piena di umanità.
Il romanzo contiene anche momenti di alleggerimento che nel tour sono diventati dei tormentoni. Come la storia dell'infermiera sexy di cui si invaghisce Walter da ragazzino. In genere si tratta di scampoli di cagliaritanità verace raccontati con ironia profonda.
Sono il primo Abate di generazione sarda. Quando finii la scuola mio pade mi chiese se volessi raggiungere i parenti a Roma. Ho deciso di rimanere a Cagliari perché ho un orgoglio di cagliaritanità quasi spasmodico. Uno dei miei obbiettivi come scrittore è quello di riuscire a portare fuori la nostra ironia e la nostra lingua. Ma, del resto, prima di me lo aveva fatto Sergio Atzeni. (uscito su Sardegna 24)
Dalla carta allo schermo
La diffusione di tablet e e-reader - iPad, Kindle et similia – sembrava dovesse rappresentare una specie di tsunami digitale, con le profezie sulla morte del libro di carta e un futuro fatto di diffusione in rete dei contenuti librai. In realtà non è (ancora) così. Se negli Stati Uniti Amazon.com, la più grande libreria online al mondo, ha annunciato di recente che la vendita degli eBook ha superato quella dei rispettivi cartacei, in Italia il mercato è ancora in una fase embrionale, con vendite limitate che incidono ancora molto poco sui fatturati degli editori. Ma la fetta di mercato è destinata a crescere. Ecco perché il dibattito è ancora aperto e le strategie messe in atto dagli editori risentono della necessità di provare, sperimentare, testare e – soprattutto – innovare. Anche in Sardegna.
La casa editrice che fin da subito ha sviluppato in modo convinto il suo settore digitale è Il Maestrale. «Siamo presenti in tutte le librerie online più importanti- spiega Peppe Podda timoniere della casa nuorese -Su Ibs, Feltrinelli e Bookrepublic applichiamo le stesse strategie del cartaceo. Cerchiamo di puntare sulla visibilità e sul passaparola cercando di spingere più possibile i nostri titoli. La crescita del mercato è costante». Cuec ha deciso di puntare sul digitale attraverso due modalità. La prima, più tradizionale, è quella di convertire in formato eBook alcuni testi usciti in cartaceo e renderli disponibili negli store online. «Però questo tipo di politica non ci sembrava sufficiente- spiega il presidente Mario Argiolas -Se ci limitassimo a questo faremmo giusto qualche vendita in più, peraltro ancora limitata». Ecco perché qualche mese fa la casa editrice ha aperto una nuova collana, Futurebook, dedicata alla pubblicazione di testi esclusivamente in digitale. Si tratta di una strategia di attenzione al web più mirata e capace di leggere meglio i segni del presente. Il primo titolo è stato una sorta di istant eBook, “Rubysconi”, scritto dal giornalista Rodolfo Ruocco e uscito nel periodo in cui il presidente del consiglio era oggetto di polemiche per i suoi rapporti con la minorenne Ruby e sotto inchiesta per il reato di prostituzione minorile. Gli istant book sono libri scritti e pubblicati in tempo di record su un tema di attualità, ed è evidente che una tipologia simile di libro può funzionare meglio in rete, grazie alla velocità della pubblicazione e alla possibilità di aggiornare il testo in tempo reale.
“Rubysconi” è uscito in una prima versione in vendita a 3,99 euro ma nel corso dei mesi sono usciti degli aggiornamenti che venivano dati gratuitamente a chi aveva già acquistato il testo nella sua prima formulazione. Il libro è protetto dal social Drm, ovvero un sistema antipirateria leggero che consente di identificare l’acquirente. Il tema della protezione dei testi ha portato invece Arkadia ad affrontare il mercato digitale in modo più prudente. «Il giorno stesso in cui abbiamo messo online alcuni nostri eBook ci siamo trovati i libri scaricabili gratuitamente da un server in Taiwan», racconta Riccardo Mostallino, uno dei soci. «Stiamo cercando di capire come muoverci per non rischiare di dover chiudere bottega. Per ora preferiamo commercializzare i nostri libri più vecchi o mettere a disposizione quelli nuovi, ma non da subito». Il pericolo avvertito da Arkadia, insomma, «è che ci sia una diffusione spietata e incontrollata degli eBook senza che questo porti benefici alle case editrici».
La Ilisso invece farà girare su web e smartphone alcuni titoli della sua Bibliotheca sarda. Per la fine dell’anno sono previsti: “Viaggio in Sardegna” di Valery, ”Immagini di viaggio dalla Sardegna” di M. Wagner e i tre volumi ”Itinerario dell’Isola di Sardegna” di A. Della Marmora. E ancora i romanzi della Deledda, Atzeni, Dessì. Aìsara, infine, preferisce continuare a puntare sul libro di carta e utilizzare la versione digitale come strumento di passaparola e di diffusione virale dei testi. “Quello degli eBook non è il nostro core business, li vediamo come uno strumento per raggiungere un pubblico diverso. Addirittura i nostri libri non hanno un sistema di protezione antipirateria. La nostra scommessa è che qualcuno legga il libro, gli piaccia e poi decida di consigliarlo o regalarne una copia cartacea. I lettori forti sono i nostri migliori alleati”. (uscito su Sardegna 24, sull'editoria sarda anche questo articolo)
La casa editrice che fin da subito ha sviluppato in modo convinto il suo settore digitale è Il Maestrale. «Siamo presenti in tutte le librerie online più importanti- spiega Peppe Podda timoniere della casa nuorese -Su Ibs, Feltrinelli e Bookrepublic applichiamo le stesse strategie del cartaceo. Cerchiamo di puntare sulla visibilità e sul passaparola cercando di spingere più possibile i nostri titoli. La crescita del mercato è costante». Cuec ha deciso di puntare sul digitale attraverso due modalità. La prima, più tradizionale, è quella di convertire in formato eBook alcuni testi usciti in cartaceo e renderli disponibili negli store online. «Però questo tipo di politica non ci sembrava sufficiente- spiega il presidente Mario Argiolas -Se ci limitassimo a questo faremmo giusto qualche vendita in più, peraltro ancora limitata». Ecco perché qualche mese fa la casa editrice ha aperto una nuova collana, Futurebook, dedicata alla pubblicazione di testi esclusivamente in digitale. Si tratta di una strategia di attenzione al web più mirata e capace di leggere meglio i segni del presente. Il primo titolo è stato una sorta di istant eBook, “Rubysconi”, scritto dal giornalista Rodolfo Ruocco e uscito nel periodo in cui il presidente del consiglio era oggetto di polemiche per i suoi rapporti con la minorenne Ruby e sotto inchiesta per il reato di prostituzione minorile. Gli istant book sono libri scritti e pubblicati in tempo di record su un tema di attualità, ed è evidente che una tipologia simile di libro può funzionare meglio in rete, grazie alla velocità della pubblicazione e alla possibilità di aggiornare il testo in tempo reale.
“Rubysconi” è uscito in una prima versione in vendita a 3,99 euro ma nel corso dei mesi sono usciti degli aggiornamenti che venivano dati gratuitamente a chi aveva già acquistato il testo nella sua prima formulazione. Il libro è protetto dal social Drm, ovvero un sistema antipirateria leggero che consente di identificare l’acquirente. Il tema della protezione dei testi ha portato invece Arkadia ad affrontare il mercato digitale in modo più prudente. «Il giorno stesso in cui abbiamo messo online alcuni nostri eBook ci siamo trovati i libri scaricabili gratuitamente da un server in Taiwan», racconta Riccardo Mostallino, uno dei soci. «Stiamo cercando di capire come muoverci per non rischiare di dover chiudere bottega. Per ora preferiamo commercializzare i nostri libri più vecchi o mettere a disposizione quelli nuovi, ma non da subito». Il pericolo avvertito da Arkadia, insomma, «è che ci sia una diffusione spietata e incontrollata degli eBook senza che questo porti benefici alle case editrici».
La Ilisso invece farà girare su web e smartphone alcuni titoli della sua Bibliotheca sarda. Per la fine dell’anno sono previsti: “Viaggio in Sardegna” di Valery, ”Immagini di viaggio dalla Sardegna” di M. Wagner e i tre volumi ”Itinerario dell’Isola di Sardegna” di A. Della Marmora. E ancora i romanzi della Deledda, Atzeni, Dessì. Aìsara, infine, preferisce continuare a puntare sul libro di carta e utilizzare la versione digitale come strumento di passaparola e di diffusione virale dei testi. “Quello degli eBook non è il nostro core business, li vediamo come uno strumento per raggiungere un pubblico diverso. Addirittura i nostri libri non hanno un sistema di protezione antipirateria. La nostra scommessa è che qualcuno legga il libro, gli piaccia e poi decida di consigliarlo o regalarne una copia cartacea. I lettori forti sono i nostri migliori alleati”. (uscito su Sardegna 24, sull'editoria sarda anche questo articolo)
sabato 3 settembre 2011
Ma il giornale tiene duro
Questo articoletto - che parla di giornalismo al tempo della rete partendo dall'uscita di Cambiare pagina di Luca De Biase - è uscito un paio di giorni fa su Sardegna 24.
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